tradimenti
La vestaglia di pizzo nera #3
Efabilandia
26.09.2025 |
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"“Lecca, cornuto, ” ordinò, e lui obbedì, la lingua che trovava la sua fica sporca, il sapore della sborra del nero e di Luca che lo travolgeva, mentre Desirè rideva, il pizzo nero della..."
L’aria della città era un mosaico di crepuscolo e promesse, un intreccio di smog e desiderio che si avvolgeva intorno a Desirè come un mantello invisibile. A trent’anni, Desirè non era più solo una donna: era una forza, una dea del sesso che aveva trasformato la sua vita in un’ode alla lussuria. La vestaglia di pizzo nero trasparente, ormai il suo emblema, era più di un capo d’abbigliamento: era la sua armatura, un simbolo che indossava per sentirsi troia, gloriosamente troia, ogni fibra del suo essere vibrante di potere e abbandono. La portava con sé ovunque, piegata nella borsa o nascosta sotto i vestiti, un segreto che le sfiorava la fica e le ricordava chi era diventata. I suoi capelli castani cadevano in onde definite, scolpite come il suo corpo, reso ancora più perfetto dalle ore passate in piscina a rassodare i glutei, che ora sporgevano sodi e alti, un richiamo irresistibile accentuato da gonne di pelle aderenti, calze nere velate e tacchi rossi che ticchettavano sul pavimento come un battito di cuore. Ma il vero cambiamento era dentro di lei: Desirè aveva abbracciato la sua natura con una fame insaziabile, una dipendenza dalla sborra che la faceva fremere, un’ossessione per il suo culo, che allenava e offriva con un misto di dolore e piacere, desiderando averlo sempre più aperto, sfondato, pronto a ricevere, e un gusto sadico che si manifestava nei calci e nei pugni che riservava alle palle di Mario, suo marito, una routine che li legava in un gioco di dominio e sottomissione.L’evoluzione di Desirè era iniziata mesi prima, in un ufficio che odorava di carta, caffè freddo e tensione sessuale. Come segretaria, era diventata la “puttana dell’amministrazione”, un titolo che portava con orgoglio. Quattro colleghi, guidati da Ernesto, il suo capo di quarant’anni, conoscevano il suo segreto e la reclamavano ogni giorno, a turno o in coppia, nei bagni o nelle stanze vuote, riempiendole la fica e il culo di sborra. Lei non indossava più mutandine, un gesto deliberato che la faceva sentire esposta, sempre bagnata, pronta a essere presa. La vestaglia di pizzo nero era il suo talismano: la infilava sotto la gonna durante le pause, guardandosi allo specchio, il pizzo che sfiorava la sua fica, un promemoria della sua natura. Ernesto, con il suo carisma maturo e gli occhi castani che la spogliavano, aveva instaurato un rituale che la faceva impazzire: ogni mattina, sulla sua scrivania, Desirè trovava un vasetto di vetro, riempito con la sborra che lui raccoglieva durante il giorno. Lei lo apriva, l’odore muschiato e salato che le pizzicava il naso, e lo beveva, sorso dopo sorso, il gusto amaro e caldo che le scivolava in gola, facendola gemere. “Sei la mia troia,” le diceva Ernesto, e lei sorrideva, la lingua che leccava le ultime gocce, il cuore che batteva forte per il piacere di essere sua.Ma Ernesto aveva spinto il gioco oltre. Una mattina, dopo averle lasciato il vasetto di sborra, la chiamò nel bagno dell’ufficio, un piccolo spazio con piastrelle bianche e un odore di sapone al limone. Desirè entrò, la gonna di pelle che le fasciava i fianchi, i tacchi rossi che ticchettavano, il pizzo della vestaglia nascosto sotto i vestiti. Ernesto era lì, i pantaloni slacciati, il cazzo già duro. “Oggi imparerai qualcosa di nuovo, puttana,” disse, la voce bassa, un misto di autorità e desiderio. Le ordinò di inginocchiarsi, e lei obbedì, il pavimento freddo contro le sue ginocchia, il cuore che accelerava. Ernesto iniziò a pisciare, un getto caldo e dorato che le colpì il viso, il sapore acre che le pizzicava le labbra. “Bevi,” ordinò, e Desirè, con un misto di vergogna e eccitazione, aprì la bocca, lasciando che la piscia le riempisse la gola. Era amara, pungente, un gusto che la travolgeva, ma il piacere di sottomettersi, di essere la sua troia, era più forte. Bevve, il liquido caldo che le scivolava lungo il mento, bagnandole la camicetta, mentre Ernesto gemeva, il cazzo che si induriva ancora di più. “Brava, puttana,” disse, e poi le porse il cazzo, ancora bagnato di piscia, perché lo leccasse. Desirè succhiò con devozione, il sapore acre misto alla sborra che le esplodeva in bocca, il cuore che batteva forte per il potere di farlo cedere. Ogni mattina, il rituale si ripeteva: sborra nel vasetto, piscia in bagno, e Desirè che beveva, leccava, si sentiva porca, viva, intoccabile.Il suo rapporto con il culo era diventato un’ossessione. Desirè lo allenava con esercizi in piscina, con plug sempre più grandi, desiderando che fosse sempre più aperto, sfondato, pronto a ricevere cazzi e sborra. Ogni spinta, ogni penetrazione, era un’esplosione di dolore e piacere, un misto che la faceva gridare. Un giorno, i colleghi le avevano lasciato una sorpresa sulla sua sedia: un plug anale enorme, nero e lucido, incollato al sedile con un messaggio: “Siediti, puttana.” Desirè aveva sentito un brivido, il cuore che accelerava, il desiderio che la travolgeva. Con un misto di paura e eccitazione, aveva alzato la gonna, si era posizionata sopra il plug e si era impalata, il dolore acuto che le strappava un grido mentre il suo culo si apriva, accogliendo quel mostro centimetro dopo centimetro. Per tutto il giorno, aveva lavorato con il plug dentro, ogni movimento un tormento delizioso, il culo sfondato che pulsava, la fica bagnata che colava sotto la scrivania. L’odore del suo stesso desiderio, muschiato e intenso, si mescolava al profumo di carta e caffè dell’ufficio, e lei adorava ogni secondo di quella tortura, sapendo che il suo culo era un trofeo, un invito che nessuno poteva ignorare. Ogni sera, i colleghi la inculavano, uno dopo l’altro, riempiendola di sborra, e lei gridava, il culo aperto che accoglieva ogni spinta, il sapore della sborra che leccava dai loro cazzi come una ricompensa.A casa, Mario era diventato il suo complice perfetto, un cornuto devoto che adorava la sua dea del sesso. Le serate iniziavano con i racconti di Desirè, dettagli crudi di chi l’aveva scopata, di come le avevano riempito la fica e il culo, e Mario ascoltava, il cazzo duro, la gelosia che si trasformava in piacere. La routine dei calci nelle palle era ormai un rituale sadico: dopo la piscina, Desirè si faceva massaggiare le spalle da Mario, il corpo ancora umido di cloro, il profumo di vaniglia che si mescolava al suo odore naturale. Poi, lo faceva distendere sul pavimento, camminandogli sopra con tutto il suo peso, i piedi nudi o nelle calze che premevano sul suo petto, sulla pancia, fino a raggiungere le palle. Lo colpiva, calci decisi, a volte pugni, il suono della carne che sbatteva che riempiva la stanza, i gemiti di Mario che erano un misto di dolore e estasi. “Sei mio, cornuto,” gli diceva, ridendo, mentre un altro calcio lo faceva contorcere, il cazzo che si induriva a ogni colpo. Desirè trovava un piacere sadico in quel controllo, nel vedere Mario cedere, nel sapere che il dolore era la sua ricompensa.
Quella sera, Mario aveva preparato una sorpresa, un’escalation che avrebbe spinto il loro gioco oltre ogni limite. Desirè tornò a casa dalla piscina, il corpo tonico e ancora caldo, la borsa con la vestaglia di pizzo nero stretta in mano. Mario l’aspettava in salotto, sulla poltrona di pelle, un sorriso nervoso sulle labbra, gli occhiali che gli scivolavano sul naso. “Ho qualcosa per te, puttana mia,” disse, la voce roca, e Desirè sentì un brivido, sapendo che la serata sarebbe stata diversa. Indossò la vestaglia di pizzo nero, trasparente, che lasciava intravedere la sua fica e il plug luminoso da 3,5 cm che Mario le aveva regalato, un gioiello che brillava nel suo culo. Le calze autoreggenti nere e i tacchi rossi completavano il quadro, il clac clac dei suoi passi che riecheggiava sul parquet.Il campanello suonò, e Desirè aprì la porta, il cuore che batteva forte. Due uomini entrarono: un nero alto, muscoloso, con un cazzo enorme che si intuiva sotto i jeans attillati, e un uomo robusto ma ben fatto, il volto nascosto da un passamontagna nero. L’aria si fece elettrica, l’odore di prosecco pregiato che il nero portava in una bottiglia si mescolava al profumo di vaniglia di Desirè. Mario versò da bere, i calici che tintinnavano, mentre Desirè si avvicinava al nero, le mani che sfioravano il suo petto, sentendo il cazzo già duro. “Amore, guarda che cazzo,” disse a Mario, la voce carica di desiderio, mentre si girava, mostrando il plug luminoso. Il nero lo notò, un sorriso predatorio sulle labbra, e le infilò una mano nel culo, spingendo il plug più a fondo. Desirè gemette, voltandosi verso Mario: “Gli piace, avevi ragione.”Sbottonò i jeans del nero, il suo cazzo enorme che spuntava, e si inginocchiò, succhiandolo con fame, il sapore salato che le esplodeva in bocca. Il nero la sollevò, la lingua che trovava la sua fica, leccandola con una voracità che la fece gridare, il gusto muschiato della sua eccitazione che si mescolava al sapore della sua pelle. L’uomo incappucciato guardava, segandosi lentamente, il respiro pesante sotto il passamontagna, la voce contraffatta che mormorava: “Puttana, sei una troia perfetta.” Desirè trasalì, il suono distorto che la eccitava ancora di più, il mistero che le bruciava dentro.Il nero la prese sul divano, il cazzo che la inculava forte, ogni spinta un’esplosione di dolore e piacere, il suo culo aperto che lo accoglieva, desideroso di essere sfondato. Desirè gridava, “Cazzo, sì, sfondami!” mentre l’uomo incappucciato si avvicinava, il suo cazzo in mano. Lei lo prese in bocca, succhiandolo con devozione, il sapore acre che la faceva impazzire. Il nero uscì dal suo culo, e Desirè si impalò sul suo cazzo, muovendosi forte, il corpo che tremava, fino a un orgasmo violento che la fece urlare, squirting sul divano, mentre il nero le riempiva il culo di sborra, calda, abbondante, il suo odore muschiato che riempiva la stanza. L’uomo incappucciato, eccitato, la prese, sollevandole le gambe, e la scopò nella fica, il ritmo selvaggio. “Puttana!” gridò Mario dalla poltrona, segandosi, mentre il nero aggiungeva, “Troia, sei nostra!” L’uomo incappucciato, con la voce contraffatta, continuava a insultarla, “Puttana, troia, sei nata per questo!” e Desirè veniva di nuovo, il corpo scosso, il piacere che la travolgeva.L’uomo incappucciato, ancora duro, si inginocchiò accanto a lei, il cazzo che le sfiorava le labbra. “Lecca, troia,” ordinò, la voce distorta che la faceva fremere. Desirè lo prese in bocca, succhiandolo con passione, la lingua che scivolava lungo la sua lunghezza, assaporando la sborra e il sudore, il gusto amaro che la faceva gemere. Lo succhiava con devozione, gli occhi verdi che brillavano, il cuore che batteva forte per il piacere di essere usata, di essere la puttana che tutti desideravano. Mario, sulla poltrona, si segava, i gemiti che si mescolavano al suono umido della bocca di Desirè.
Con un gesto rapido, Mario si alzò, il volto contratto da un misto di eccitazione e trionfo. Si avvicinò all’uomo incappucciato e gli tolse il passamontagna, rivelando il volto di Luca, il fratello di Desirè, di due anni più giovane. Luca, ventotto anni, con i lineamenti affilati e gli occhi che bruciavano di desiderio, la guardò, un sorriso crudele sulle labbra. “Sei una grande puttana, l’ho sempre saputo,” disse, la voce ancora contraffatta dal gioco, ma ora più chiara, carica di un piacere che veniva da lontano. Da piccolo, Luca si era fatto seghe guardandola di nascosto mentre si faceva la doccia, il corpo di Desirè che lo ossessionava, e ora, finalmente, poteva scoparla, incularla, realizzare un sogno proibito. Sapere che sua sorella era una vera puttana, rotta in culo, lo eccitava oltre ogni limite, e il piacere di insultarla, di chiamarla “puttana” e “troia”, era un’estasi che lo consumava.
Desirè trasalì, la vergogna che le bruciava il viso, ma il piacere era più forte, un fuoco che non si spegneva mentre il fratello le mise in bocca il cazzo per farselo pulire. Poi si alzò, la fica e il culo che colavano sborra, e salì sulla poltrona, sopra Mario. “Lecca, cornuto,” ordinò, e lui obbedì, la lingua che trovava la sua fica sporca, il sapore della sborra del nero e di Luca che lo travolgeva, mentre Desirè rideva, il pizzo nero della vestaglia che le sfiorava la pelle, il suo potere intatto.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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